Nella puntata del 17 novembre 2025, il conduttore Massimo Giletti ha rilanciato il giallo sulla scomparsa di Emanuela proponendo un documento “riservato” dei servizi segreti dell’epoca, riferito alle indagini sul caso. Tuttavia, al documento mancano quattro pagine che la trasmissione definisce “fondamentali”.
Secondo quanto mostrato, il documento contiene segnalazioni di sorveglianza su familiari di Emanuela — in particolare sullo zio, Mario Meneguzzi — ipotizzando un’attenzione dei servizi su membri del suo nucleo familiare. Il programma suggerisce anche che la “mutilazione” del documento — la perdita delle quattro pagine — potrebbe essere indicativa di depistaggi o occultamenti a carico di qualcuno.
Inoltre, Giletti e il suo team affermano di seguire una pista concreta che porterebbe a un indirizzo civico in un comune vicino Roma, ipotizzando che quella traccia meriti ulteriori approfondimenti.
LE REAZIONI AL SERVIZIO
Il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, ha reagito con durezza, definendo il servizio “vergognoso”. In un’intervista a un altro programma TV, ha affermato che la trasmissione “voleva infangare la famiglia con cose false”. Pietro Orlandi ha criticato il fatto che in trasmissione venivano rilanciate “tre piste diverse in un colpo solo”, contribuendo, secondo lui, a “confondere ancora di più un quadro già fragile”.
In particolare, contesta che nel servizio non sarebbe mai emersa la parola “Vaticano” — un elemento, a suo avviso, fondamentale nella vicenda — e teme che si stia allontanando l’attenzione dalle piste che la famiglia considera più rilevanti. Le dichiarazioni di Pietro riflettono una forte preoccupazione: secondo lui, questo tipo di approfondimento mediatico rischia non di chiarire, ma di “infangare” ricostruzioni delicate e già travagliate, magari riaprendo ferite senza aggiungere certezze.
Anche Fedez, tramite le sue Instagram Stories, si è mostrato indignato al servizio andato in onda, prendendosela direttamente con la RAI. Il noto cantante, molto vicino a Pietro Orlandi, commenta dicendo che il servizio è stato utile solo ad infangare il nome della famiglia Orlandi e che l’invito di Nicotri al programma, che da anni scredita la famiglia di Emanuela, è servito solo ad avvalorare la loro tesi.
Il caso evidenzia una tensione profonda tra il diritto all’informazione e all’inchiesta e il rispetto del dolore di una famiglia. Alcuni punti chiave del dibattito:
È corretto rilanciare documenti sensibili — pur incompleti — in prima serata, sapendo che potrebbero generare titoli forti, clamore, ma anche accuse infamanti?
Quando si sollevano ipotesi gravi (sorveglianza, depistaggi, coinvolgimento di persone vicine a Emanuela), quanto si deve osare, e quanto invece ponderare con cautela?
Qual è il confine tra “giornalismo d’inchiesta” e “tele-spettacolo”? Quando un’inchiesta può diventare speculazione sul dolore?
Nel caso specifico, la famiglia, già anni volte messa sotto pressione, sembra aver interpretato il servizio come un attacco più che come un contributo alla verità — e questa percezione ha generato indignazione.
IN CONCLUSIONE
Lo scorso Febbraio, ho avuto modo di conoscere Pietro Orlandi, perché gli proposi un’intervista. Quello che è emerso dalla nostra conoscenza è che Pietro Orlandi è un uomo sensibile, segnato dal tempo e della forza di non arrendersi, dopo 42 anni, nel cercare la verità su sua sorella.
Il servizio di “Lo Stato delle Cose” sul caso Orlandi è l’ennesimo tentativo di riaccendere i riflettori su una vicenda che da 42 anni continua a interrogare l’Italia. Le nuove carte, le ipotesi rilanciate, il coinvolgimento mediatico — tutto riconferma che il mistero non è chiuso.
Ma proprio per questo — per la delicatezza del tema — servirebbe un’inchiesta che privilegi rigore, rispetto, trasparenza, e non una corsa allo scoop.
In assenza di prove certe, ogni parola, ogni documento — soprattutto se incompleto — può generare dolore, confusione, speculazioni.
E in un caso dove la verità è sfuggente da decenni, quella cautela non è un optional: è un dovere.


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